Di Vicky Mangone, Giornale Radio
La solitudine è sempre più riconosciuta come un fattore di rischio per la salute, soprattutto nelle persone anziane. In questo scenario, la robotica assistiva si propone come uno strumento capace di migliorare la qualità della vita e sostenere chi vive in condizioni di fragilità. Se in Giappone i robot fanno parte dell’assistenza ormai da decenni, in Italia il loro impiego suscita ancora qualche diffidenza. Eppure, le nuove tecnologie non puntano a sostituire le relazioni umane, ma ad affiancare caregiver e operatori sanitari nelle attività più impegnative, rendendo l’assistenza più sicura e sostenibile. La bioingegneria apre così nuove prospettive per il futuro della cura. Ne parliamo con il Prof. Paolo Dario, Professore Emerito della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Direttore Scientifico del Centro di Competenza ARTES 4.0
Come prima cosa, chiariamo bene di che cosa si tratta. Io l’ho spiegato a grandi linee: può aiutarci a inquadrare meglio il tema?
"In realtà lo ha spiegato bene, perché sono molti anni che lavoriamo, come comunità di robotici e bioingegneri in tutto il mondo, per sviluppare robot capaci di assistere anziani fragili. Di questo si parla: fortunatamente ci sono tantissimi anziani che stanno benissimo e viaggiano, ma arriva il momento della fragilità. Il punto è capire come possano essere assistiti in modo dignitoso e sostenibile. Su questo lavoriamo da tanti anni, con soluzioni che oggi sono realizzabili e, in certe condizioni, già disponibili per alcune attività".
La posta in gioco riguarda quindi azioni concrete: sollevare un paziente, aiutarlo a lavarsi, accompagnarlo in bagno. In questi casi serve una forza fisica importante. Non serve tanto l’intelligenza artificiale quanto, appunto, la forza?
"Sì. Oggi, in modo un po’ perverso, moltissimi attribuiscono all’intelligenza artificiale un valore salvifico. Si può chiedere all’intelligenza artificiale di fare tanti discorsi e dire tante belle cose, anche fasulle a volte. Ma se le si chiede di aiutare a sollevare un peso, non lo sa fare. Qui interviene il mondo che oggi viene chiamato physical AI, intelligenza artificiale fisica, ma che nella storia è già noto come robotica: quindi macchine in grado di svolgere queste operazioni".
Come fate a far toccare un essere umano da un braccio meccanico senza rischiare di fargli male? Mi scusi la banalità della domanda.
"Non è affatto una domanda banale. Esiste ormai un ampio settore in cui questo problema è stato superato, grazie alla ricerca svolta prevalentemente in Europa e anche in Italia, per realizzare robot collaborativi. Fino a circa quindici anni fa i robot dovevano lavorare in gabbia, perché ogni contatto, anche in fabbrica e ancora di più fuori, sarebbe risultato pericoloso: il robot non poteva controllare il contatto con altre strutture. Dagli anni Duemila, e ancora di più dal 2010 in poi, la tecnologia dei robot collaborativi è diventata comune. Oggi i robot possono toccare e manipolare oggetti con elevata sicurezza. Hanno sensori talmente delicati da essere in grado, per esempio, di dare una carezza. Ci sono anche controlli sui motori e algoritmi ormai integrati all’interno dei robot. È una rivoluzione confrontabile, per certi versi, a quella dell’intelligenza artificiale: oggi i robot sono macchine che possono vivere con noi, senza pericolo per loro e soprattutto per noi".
Lei, però, è molto cauto sulla compagnia artificiale. C’è il rischio che un anziano si chiuda in se stesso, creando una sorta di effetto hikikomori della terza età? Sostituire gli affetti veri con un software rischia di isolare ancora di più le persone?
"Questo è sicuramente vero per gli anziani, ma è altrettanto vero per i ragazzi. È evidente che il tema vale per tutte le persone. Si può immaginare un essere artificiale umanoide, animaloide o androide, oppure un avatar, che parli grazie all’intelligenza artificiale, con una voce suadente, magari muovendo gli occhi e facendo espressioni simpatiche e gentili. Tutto questo pone problemi reali con cui si confrontano non soltanto gli anziani, ma anche i ragazzi. Il rischio si sta già verificando in Paesi con una maggiore tendenza a questo tipo di isolamento, come il Giappone, ma non solo: le persone possono arrivare a non sposarsi più, a non avere partner umani e a convivere con bambole o bambolotti molto sofisticati. Il problema, quindi, riguarda gli anziani ma non soltanto loro. Ci pone interrogativi molto profondi, perché questo fenomeno sta già avvenendo con l’intelligenza artificiale. È qualcosa che studiamo dal 2001: siamo stati tra i pionieri del tema della robo-etica e, in qualche modo, siamo preparati ad affrontare queste tematiche. Questo non significa averle risolte. Viviamo in un mondo cambiato, soprattutto dai social, nel quale le interazioni fra esseri umani avvengono solo in parte attraverso il corpo. Dando un corpo all’intelligenza artificiale si può creare un ulteriore tipo di dipendenza. Io sarei favorevole a mandare le persone anziane - e anch’io non sono giovane - a giocare a carte con gli amici al bar o a giocare a bocce, che secondo me è un modo eccezionale per socializzare. Purtroppo, però, ci sono sempre meno bar e sempre meno campi da bocce. È in corso anche una trasformazione urbana che porta a questo tipo di isolamento".
Alla Scuola Superiore Sant’Anna mettete al centro l’utente, con i suoi bisogni reali. Come fate a capire che cosa serve davvero a un anziano prima di progettare circuiti? Non bastano i sogni degli ingegneri in laboratorio: bisogna andare nelle case e capire gli ostacoli della vita quotidiana.
"Abbiamo scelto da sempre di lavorare in un settore della robotica che inizialmente era di nicchia e veniva considerato con scetticismo: la biorobotica. Biorobotica significa robot bioispirati e robot bioapplicati. Per noi bioingegneri, o ingegneri biomedici, la robotica è sempre stata uno degli strumenti che fanno parte della cura delle persone: chirurgia, protesi di arto, esoscheletri, robot di servizio e anche umanoidi. Tenere conto delle caratteristiche e dei bisogni dei soggetti umani e dei pazienti fa parte della nostra cultura. Lo sappiamo fare lavorando con i medici, con gli utenti e con le persone fragili".
Le barriere burocratiche esistono. Sono difficili da superare per portare i vostri robot sul mercato europeo?
"Esistono e sono in parte pensate per difendere gli utenti, oltre che per gestire il mercato in modo sicuro. La risposta, però, non dovrebbe essere difensiva, ma attiva. Questi robot, come l’intelligenza artificiale, non vengono fabbricati su Marte e non arrivano dal cielo: arrivano da qualcuno e da qualche luogo. Nel nostro Paese si è diffusa l’idea che la tecnologia venga prodotta altrove e che noi possiamo esserne soltanto utilizzatori occidentali. Questo è vero in parte, ma non completamente. Quello che cerchiamo di sviluppare è una tecnologia che ci consenta di realizzare i nostri robot e, ovviamente, di saper controllare quelli che arrivano da fuori. Come diciamo noi, non vogliamo “black box”, scatole nere di cui non conosciamo i contenuti. Purtroppo è una situazione molto diffusa. Altrimenti si rischia di avere in casa un robot che, invece di aiutare, si appropria dei nostri dati e di informazioni sensibili, come già può avvenire con i telefoni e con i social. Si pone quindi il tema della privacy. È un settore che va controllato, ma va affrontato ricordando Dante, il canto XXVI dell’Inferno, quello di Ulisse: dobbiamo affrontare il mondo con “virtute e canoscenza”. Occorre sapere come sono fatti questi oggetti, possedere la scienza e la tecnologia e non subirle, ma avere anche principi chiari su ciò che vogliamo rendere possibile. Questa, secondo me, è la grande sfida, ma anche una grande opportunità. In fondo, i valori europei sono apprezzati nel mondo: valori profondi, principi, conoscenze e capacità di fare, integrati con la centralità della persona umana. Credo che stiamo lavorando su questo e che questa sia la strada da intraprendere".
Una nostra ascoltatrice, Marta di Milano, chiede: i robot toglieranno il lavoro a badanti e infermieri, oppure cambieranno soltanto le mansioni in corsia, occupandosi del lavoro più duro e faticoso?
"Il fatto è che, come dimostrano molte statistiche, anche le badanti - una soluzione molto creativa che noi italiani abbiamo inventato trent’anni fa - stanno invecchiando e sono sempre meno. Va anche ricordato che abbiamo portato via alle loro famiglie decine di migliaia di donne, spesso con figli. Avere delle macchine, perché i robot questo sono, che possano intervenire su certi compiti non significa togliere il lavoro alle badanti, ma affidare alle macchine la parte più faticosa e, a volte, più sgradevole del lavoro. In alcuni casi queste attività incidono anche sull’intimità delle persone, che è uno degli aspetti più avvertiti dalle persone disabili e dagli anziani fragili: l’intrusione nella propria intimità. Pensiamo soltanto ai bisogni personali e al bagno. Sono attività che le macchine e i robot possono svolgere senza togliere lavoro agli esseri umani".
Avete messo in conto un rifiuto da parte dell’anziano? La tecnologia non deve essere un’imposizione: se la persona si sente a disagio, il robot fallisce il suo obiettivo.
"Posso dire che, tra i primi al mondo, alla fine degli anni Duemila, nell’ambito di un progetto, abbiamo svolto un’indagine accurata sull’accettabilità delle macchine e dei robot da parte degli utenti. È emerso che, prima di sperimentare le macchine, c’era un elevato livello di rifiuto; dopo averle sperimentate, c’era invece un elevato livello di accettazione. La mia risposta si basa quindi sulle evidenze che abbiamo raccolto, anche se naturalmente vanno ancora verificate. Probabilmente il meccanismo è simile a quello che si è verificato con i cellulari: all’inizio ci fu un rifiuto diffuso, seguito poi dall’accettazione".
















