Tra motori, piattaforme petrolifere e robotica, la vita di una ingegnera che ha sfidato gli stereotipi [....]
https://www.vanityfair.it/article/francesca-tonini-intervista

12/03/24 15:22
Tra motori, piattaforme petrolifere e robotica, la vita di una ingegnera che ha sfidato gli stereotipi [....]
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Tecnologia & Innovazione, la rivista dell’industria italiana, dedica quattro pagine del numero di ottobre 2026 al Centro RoboCom di ARTES 4.0. Con il titolo «Nasce la palestra italiana dei robot», l’approfondimento presenta l’infrastruttura già operativa a Pontedera e ne racconta il ruolo nell’accompagnare imprese, enti pubblici e organizzazioni verso l’adozione di soluzioni robotiche e di intelligenza artificiale.
Al centro dell’articolo c’è il principio del test before invest: sperimentare una tecnologia prima di adottarla e misurarne l’impatto prima di investire. Per le imprese, questo significa verificare se un robot può migliorare un processo, automatizzare un’attività ripetitiva o supportare un servizio, valutando prestazioni, sicurezza, usabilità e condizioni di integrazione. Un percorso che permette di orientare le scelte attraverso dati e prove applicative e di ridurre il rischio tecnologico, economico e operativo. La rivista descrive una struttura di 520 metri quadrati realizzata con un investimento complessivo di 1,2 milioni di euro. Le dotazioni consentono di sperimentare scenari diversi: umanoidi per attività di servizio e assistenza, quadrupedi per monitoraggio e ispezione, busti bionici per studiare la comunicazione tra persone e macchine. Droni e sistemi di acquisizione 3D permettono di ricostruire ambienti reali, mentre tecnologie indossabili, visori e piattaforme immersive supportano le prove di teleoperazione. Completano l’infrastruttura strumenti di stampa 3D e risorse di calcolo per applicazioni di intelligenza artificiale. Un passaggio dell’approfondimento riguarda la neutralità tecnologica del Centro. La disponibilità di soluzioni di produttori diversi consente di confrontare piattaforme, configurazioni e casi d’uso, aiutando le imprese a individuare le tecnologie più coerenti con le proprie esigenze. La valutazione comparativa diventa così uno strumento per comprendere le prestazioni delle soluzioni e le condizioni richieste per inserirle nei processi aziendali. Accanto alle prove tecniche, l’articolo valorizza il design dei robot companion. Forma, movimento, comportamento, interfacce e grado di autonomia concorrono alla qualità dell’esperienza d’uso. La sperimentazione considera quindi anche la capacità del robot di adattarsi agli spazi, dialogare con le persone e inserirsi nell’organizzazione del lavoro. L’obiettivo è valutare insieme funzionalità e qualità dell’interazione, mantenendo al centro le esigenze degli utenti. L’approfondimento dedica spazio anche all’impiego responsabile delle tecnologie. Provenienza, tracciabilità, modalità di gestione e condizioni di utilizzo entrano nella valutazione delle soluzioni. Le competenze tecniche si affiancano a quelle etiche, giuridiche e sociali per esaminare sicurezza, fiducia, responsabilità e impatto sul lavoro, anche attraverso il collegamento con The EURA Centre of Excellence. La rivista colloca RoboCom nell’ecosistema di ricerca e trasferimento tecnologico di ARTES 4.0, richiamando il contributo della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Socio fondatore del Centro di Competenza. Evidenzia anche il collegamento con le sedi di Palermo, Olbia e Jesi e con il Joint Lab con CIM a Torino, dedicato alla robotica per le imprese manifatturiere. Chiudono il servizio i contributi di Paolo Dario, Direttore Scientifico di ARTES 4.0, e di Antonio Frisoli, Presidente di ARTES 4.0. Dario lega il Centro alla tradizione industriale e alle competenze scientifiche di Pontedera, sottolineandone la funzione di infrastruttura aperta alle imprese. Frisoli richiama il rapporto tra sperimentazione e competitività, con particolare attenzione alla verifica dei robot umanoidi su compiti industriali reali e all’impiego di modelli di intelligenza artificiale per apprendere da esempi e controllare le piattaforme robotiche.LEGGI L'APPROFONDIMENTO DEDICATO A ROBOCOM


Le richieste delle imprese nei bandi per ricerca e innovazione degli otto Competence Center hanno raggiunto 211,5 milioni di euro, a fronte di 114 milioni stanziati tra il 2023 e il 30 giugno 2026. È uno dei risultati della ricerca sull’impatto dei Centri presentata al Ministero delle Imprese e del Made in Italy e di cui ne ha parlato il Sole 24 Ore.
Tra il 2019 e il giugno 2026, i Centri di Competenza hanno concesso 180 milioni di euro di aiuti, attivando progetti e servizi per 320 milioni. Il 93,3% delle imprese intervistate riconosce che il sostegno ricevuto ha inciso sulla realizzazione delle proprie iniziative. ARTES 4.0 è uno degli otto Centri di Competenza a cui si riferiscono questi dati complessivi. L’articolo evidenzia la domanda di servizi e finanziamenti da parte delle imprese e la necessità di risorse stabili per proseguire le attività dopo il PNRR. --
Per ogni euro messo a bando, le imprese ne hanno chiesti quasi due. Nei bandi per progetti di ricerca, sviluppo e innovazione emessi dagli otto Competence Center tra il 2023 e il 30 giugno 2026, il fabbisogno espresso dalle imprese è stato di 211,5 milioni di euro, contro 114 milioni stanziati dai bandi. Il rapporto, circa 2 a 1, è calcolato sui bandi in cui la domanda era misurabile.
Il dato è contenuto nella ricerca sull’impatto della misura Pnrr M4C2 Investimento 2.3, presentata al ministero delle Imprese e del Made in Italy. L’hanno condotta i Centri con i partner scientifici e con il Cnr e l’università di Padova, su circa 1.200 questionari alle imprese beneficiarie. La conclusione degli autori è che il vincolo non è la domanda delle imprese, ma la dotazione dei Centri.
Dal 2019 al 30 giugno 2026 gli otto Centri hanno concesso 180 milioni di aiuti, che hanno attivato progetti e servizi per 320 milioni: un effetto leva di 1,8. I servizi di orientamento, formazione e innovazione erogati sono 4.700, per l’84% a Piccole e medie imprese; le imprese beneficiarie dei bandi 733, per il 70% Pmi. I percorsi di formazione sono 1.460, per circa 57mila persone.
Il 93,3% delle imprese riconosce un effetto addizionale dell’intervento. Il 25,1% senza il Centro non avrebbe realizzato affatto l’iniziativa; solo il 6,7% l’avrebbe portata avanti negli stessi modi e tempi.
Il campione riflette la composizione dell’industria italiana. Micro, piccole e medie imprese sono l’85,1% dei rispondenti (le piccole da sole il 50,3 per cento). Sul territorio si passa dal 34,1% del Nord-Ovest al 17,8% di Sud e Isole. I servizi più utilizzati, invece, sono i progetti di sviluppo di soluzioni tecnologiche (37,2 per cento), la formazione (33 per cento) e la consulenza sull’innovazione (28,5 per cento).
La domanda non sembra destinata a calare: il 50,2% prevede di ricorrere ancora ai servizi nei prossimi tre anni, il 46,1% ci sta pensando, appena il 3,8% lo esclude. Quasi metà delle imprese (46 per cento) è arrivata ai Centri su consiglio di partner commerciali, aziende o università. Tra i fattori di successo, l’accesso ai finanziamenti è il più citato (50,3 per cento), davanti alle competenze specialistiche del Centro (40,4 per cento).
La ricerca guarda anche alla fase successiva al Pnrr. Secondo gli autori, per passare dalla gestione della tecnologia alla sua governance ai Centri serve stabilità di risorse e di mandato. Tra le traiettorie individuate ci sono la diversificazione delle fonti di finanziamento e il passaggio a dinamiche più commerciali: finora i Centri hanno ottenuto 130 progetti su altre fonti, per 70 milioni.
Sulla stessa linea Marco Nocivelli, vicepresidente di Confindustria per le Politiche industriali e il Made in Italy: «Ora, dopo il Pnrr, serve stabilità, ridurre sovrapposizioni e costruire un sistema sinergico dell’innovazione. Il Pnrr ha dato l’accelerazione, ora serve una politica industriale strutturale». L’obiettivo indicato è una «filiera integrata dell’innovazione e del trasferimento tecnologico», con una collaborazione più stretta tra Centri e Digital innovation hub.
L’articolo raccoglie un’ampia intervista al professore Paolo Dario, Direttore Scientifico di ARTES 4.0 ed Emerito della Scuola Superiore Sant'Anna, realizzata dopo il suo intervento alla World Robot Conference 2026 di Pechino. Al centro emerge la proposta di creare in Toscana una “Robo Valley”, costruita secondo il modello italiano dei distretti industriali, anziché replicare la logica della Silicon Valley fondata sulla ricerca di poche grandi aziende e “unicorni”.
Secondo il prof Dario, l’Italia possiede competenze scientifiche di livello mondiale, ma incontra difficoltà nel trasformarle in imprese capaci di crescere. La Scuola Superiore Sant’Anna ha generato quasi 80 startup dal 1989 e Pisa occupa una posizione di primo piano nella ricerca robotica; molte di queste realtà, però, restano di piccole dimensioni. La Robo Valley dovrebbe quindi mettere in rete aziende autonome, università e centri di ricerca, seguendo l’esempio della Motor Valley e dei distretti italiani del mobile, dei dispositivi medici, dell’oreficeria e delle calzature.
L’intervista ripercorre anche gli oltre quarant’anni di collaborazione di Paolo Dario con la Cina. Pur riconoscendo la rapidità con cui l’ecosistema cinese sviluppa e perfeziona i robot, il Prof. Dario invita a valutare con maggiore attenzione i contesti sociali e culturali nei quali queste tecnologie vengono introdotte.
La parte finale affronta il rapporto tra persone e robot. Dario propone un modello di autonomia supervisionata, nel quale un operatore interviene quando la macchina incontra problemi, e cita i robot-avatar controllati a distanza da persone con disabilità come esempio di inclusione lavorativa. I robot companion, nella sua visione, devono conquistare la fiducia nel tempo, attraverso esperienze prolungate e progettate partendo dai bisogni delle persone. Il futuro della robotica dipenderà quindi dalle tecnologie, dagli scenari applicativi e dalle caratteristiche culturali delle comunità chiamate a utilizzarle.








Lei è un pioniere nella robotica. Se dovesse parlare ai giovani, agli studenti che vogliono intraprendere questo tipo di carriera, di professione, che consiglio darebbe? Qual è l'atteggiamento giusto? Lei che ha tanti anni di esperienza.
“Io parlo sempre ai giovani e molto poco ai potenti perché è una delle cose belle della professione del professore a tutti i livelli. Sono un ottimista perché i ricercatori non possono che essere ottimisti e quindi il mio primo invito è quello di pensare con ottimismo al futuro perché io credo che i nostri giovani abbiano un potenziale reale molto importante. Lo dimostra il fatto che un giovane italiano educato dal nostro sistema formativo è molto appetibile e appetito in tutto il mondo. La qualità di partenza dei nostri giovani educati dalla scuola italiana e dall'università è molto alta e questo secondo me deve essere un punto di partenza. La consapevolezza del disporre di armi importanti, magari tecnicamente forse meno di altri, ma possono recuperare benissimo perché i fondamentali sono davvero di alta qualità. I nostri giovani conoscono la scienza, la tecnica, le materie umanistiche, le scienze sociali. Sanno dove vivono e questo è un'arma importantissima per intraprendere tutta una serie di percorsi. Uno può essere quello della ricerca perché scoprire cose nuove, essere primi a scoprirle o a inventarle, che sono due processi collegati ma anche diversi, è un elemento importantissimo nel processo dell'innovazione. Da questo si può poi passare a recitare ruoli importanti sia in imprese esistenti, che sono alla caccia di giovani preparati, entusiasti, positivi, con l'attitudine a risolvere i problemi, ma anche per creare nuove imprese, che è un'altra delle grandi opportunità che la nostra epoca offre. Anni fa questo non era facilmente ottenibile, oggi sì”.
Invece un suggerimento sull'atteggiamento, perché magari abbiamo la formazione, ragazzi dotati, però c'è un po' di difficoltà? Non c'è un atteggiamento propositivo nei confronti del futuro. Secondo lei l’atteggiamento è importante?
“Una delle cose che, per esempio, facevamo noi quando tanto tempo fa eravamo giovani era guardare con senso critico quello che il mondo proponeva. Anzi, c'erano proprio anni in cui veniva contestato quasi tutto. Ecco, oggi non sempre questo accade, spesso i giovani, senza demonizzarli assolutamente, accettano quello che viene loro proposto usandolo senza uno spirito critico sufficientemente pronunciato. Invece è importante, è un senso critico che deve essere costruttivo. Io, per esempio, ho spesso usato il termine ribelle organizzato per i giovani innovatori. Un innovatore è un ribelle, anche nella musica, nella cucina, nella moda, nell'arte. La stessa cosa vale anche nel campo delle tecnologie. Si può pensare di poter fare alcune cose in modo diverso, possibilmente migliore, ma bisogna essere organizzati, bisogna avere razionalità nell'approccio, bisogna analizzare i problemi e lo stato dell'arte, bisogna conoscere i competitor e bisogna avere tenacia, passione ed entusiasmo. Ma ripeto, partendo da una base che è una base molto buona, quella della conoscenza che un giovane che esce da una scuola italiana normalmente ha”
Siamo al quarto anno del Premio al Ricercatore della Fondazione Mondo Digitale insieme all’Università Campus Bio-Medico di Roma. Che quadro emerge dalla ricerca italiana? A che punto siamo?
“Emerge un quadro che consolida quello che è già emerso negli anni passati, cioè la capacità del nostro sistema della ricerca di preparare e incoraggiare talenti di altissimo livello internazionale. Mediamente i candidati al premio sono di un livello assolutamente confrontabile a quello di qualunque ottima università mondiale. Non c'è differenza alcuna. Anzi, arrivo anche ad affermare che in molti casi i candidati sono migliori dei loro coetanei di altri Paesi. Si parte dalla scuola materna, poi si va alla primaria, alla secondaria, all'università, al dottorato e ai primi anni in cui ci si confronta con grandi sfide. Questo sistema funziona molto bene tanto che il risultato è quello di produrre idee, che non sono idee da bar, ma sono solidissime, molto serie e che assolutamente meritano la massima considerazione. Anzi, io ritengo che il nostro sistema, anche industriale, dovrebbe guardare con grande attenzione queste cose perché esistono due tipi di innovazione. L'innovazione incrementale, che è quella che in fondo è facile da prevedere. Tutti o quasi sanno che una certa tecnologia si svilupperà in un certo modo negli anni a venire. Ma questo, se vogliamo, è relativamente facile. Ma la vera innovazione, quella che può portare dei nuovi prodotti a dei nuovi mercati, è quella che si chiama innovazione disruptive o radicale. E l'innovazione radicale raramente viene dalla linea di sviluppo di prodotti tradizionali, ma viene quasi sempre da scoperte prodotte nel mondo della scienza. Quindi le nuove scoperte che possono portare a nuove invenzioni e quindi a nuovi prodotti, a nuove imprese o a nuovi mercati, possono derivare proprio da questo. Cito solo un caso tra i tanti. Non molti anni fa il premio Nobel per la fisica fu assegnato a tre scienziati giapponesi che inventarono il led blu. Noi sappiamo che la luce bianca viene prodotta dalla combinazione di luce blu, luce rossa e luce verde. La luce rossa e la luce verde erano note, quella blu mancava e fu scoperto come realizzarla da fisici teorici, non da ingegneri. Grazie a questa scoperta, il mondo dell’illuminazione è cambiato profondamente, fino a trasformare molti oggetti della nostra quotidianità. Basti pensare al settore automotive: oggi i fari delle automobili e delle motociclette, pur avendo dimensioni sempre più ridotte, sono in grado di generare una luce bianca, intensa, efficiente e di grande qualità. Sono prodotti nuovi, nati da una scoperta scientifica che si è trasformata in invenzione, poi in applicazione industriale e infine in mercato. È questa la filiera virtuosa dell’innovazione: dalla ricerca alla tecnologia, dalla tecnologia al prodotto, dal prodotto alla società. I giovani possono esserne protagonisti, e anche il nostro sistema può giocare un ruolo decisivo, se saprà allineare in modo efficace tutti questi passaggi”.
Livorno
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di Iacopo Simoncini
La transizione ecologica dei porti non è più soltanto una questione ambientale, ma una leva industriale e geopolitica capace di ridisegnare gli equilibri nel Mediterraneo. È il messaggio emerso dal primo incontro del Local Green Port Hub, ospitato nella Sala Ferretti della Fortezza Vecchia di Livorno, dove istituzioni, centri di ricerca e operatori del settore si sono confrontati sul futuro sostenibile della portualità mediterranea.
L’iniziativa ha rappresentato anche l’occasione per tracciare il bilancio dei primi dieci mesi di GreenMedPorts, progetto europeo del programma Interreg NEXT MED coordinato dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, che coinvolge partner di sei Paesi, tra cui l’Algeria.

Pubblicato su Il Sole 24 Ore e firmato da Paolo Dario, Direttore Scientifico e Direttore Esecutivo ad interim di ARTES 4.0, Professore Emerito della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Chief Scientist della Dubai Future Foundation, l’articolo offre una riflessione sul ruolo della robotica sociale nei contesti della vita quotidiana e del lavoro. Il contributo mette in evidenza come i robot companion abbiano superato la dimensione sperimentale per entrare in modo sempre più concreto in ospedali, scuole, servizi pubblici, hub logistici e ambienti produttivi, affiancando le persone in attività complesse senza sostituirle. Al centro dell’analisi c'è una questione: non solo la maturità della tecnologia, ma soprattutto la capacità di integrarla in modo responsabile, efficace e coerente con i bisogni umani, indicando per l’Europa l’opportunità di costruire una propria visione della relazione tra innovazione, etica e sviluppo industriale.
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Pubblicato sul Tirreno a firma di Flavio Lombardi, l’articolo dedicato all’introduzione degli esoscheletri nel porto di Livorno che racconta un caso reale di innovazione applicata alla sicurezza del lavoro. Al centro della sperimentazione, divenuta oggi adozione strutturale, c’è la tecnologia sviluppata da IUVO, azienda spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna che è Socio fondatore del Centro di Competenza ARTES 4.0, con sede a Gello, e prodotta da Comau, realtà piemontese leader mondiale nell’innovazione industriale e anch’essa Socio di ARTES 4.0. Il caso livornese conferma quanto il trasferimento tecnologico possa incidere sulla prevenzione del sovraccarico biomeccanico e sul miglioramento delle condizioni operative nei contesti più impegnativi. È un tema che ARTES 4.0 conosce da vicino e sul quale ha lavorato in modo esteso anche attraverso il Bando BIT, l’iniziativa sviluppata con INAIL per sostenere progetti di ricerca industriale, sviluppo sperimentale e innovazione tecnologica finalizzati ad accrescere la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro grazie all’impiego delle tecnologie avanzate.
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La tecnologia degli esoscheletri high tech sbarca in porto al termine di un processo di sperimentazione partito nel 2022, grazie alla fattiva collaborazione della Compagnia Portuale di Livorno e che fa del nostro scalo uno dei primi in ambito continentale ad adottare questo sistema dedicato alla salvaguardia di patologie del lavoratore. Ieri, la dimostrazione pratica, con l'applicazione a bordo di una nave Grimaldi.

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