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Robot companion, i nuovi alleati intelligenti entrano nella vita quotidiana
Pubblicato su Il Sole 24 Ore e firmato da Paolo Dario, Direttore Scientifico e Direttore Esecutivo ad interim di ARTES 4.0, Professore Emerito della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Chief Scientist della Dubai Future Foundation, l’articolo offre una riflessione sul ruolo della robotica sociale nei contesti della vita quotidiana e del lavoro. Il contributo mette in evidenza come i robot companion abbiano superato la dimensione sperimentale per entrare in modo sempre più concreto in ospedali, scuole, servizi pubblici, hub logistici e ambienti produttivi, affiancando le persone in attività complesse senza sostituirle. Al centro dell’analisi c'è una questione: non solo la maturità della tecnologia, ma soprattutto la capacità di integrarla in modo responsabile, efficace e coerente con i bisogni umani, indicando per l’Europa l’opportunità di costruire una propria visione della relazione tra innovazione, etica e sviluppo industriale.
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La robotica sociale ha superato la fase sperimentale e sta entrando nelle industrie, nei corridoi degli ospedali, nelle aule scolastiche, negli hub logistici e nei servizi al pubblico. Come spesso accade nelle grandi transizioni tecnologiche, la vera questione non è se la soluzione funzioni, ma come e dove verrà integrata.
I “robot sociali” o “robot companion” rappresentano una nuova dimensione della nostra vita quotidiana. Fabbriche, hotel, campi, scuole, centri commerciali, aeroporti, ospedali: i social robot ne fanno e faranno sempre più parte integrante, affiancando gli uomini nel loro lavoro, senza sostituirli.
A confermarlo sono report come “Social Robots and Society: Global Pathways to Acceptance”, risultato di un percorso di ricerca internazionale sviluppato negli ultimi anni e recentemente pubblicato dall’UAE Centre for the Fourth Industrial Revolution in collaborazione con la Dubai Future Foundation. Solo nel settore della salute sono state mappate quasi 280 esperienze di utilizzo in 33 Paesi con oltre 50 modelli diversi già impiegati in contesti reali.
La social robotics è una delle espressioni più avanzate della convergenza tra tecnologia e bisogni umani. Oggi disponiamo di sistemi capaci di operare in contesti complessi, di comprendere le persone e di supportarle in ambiti delicati come la sanità, l’educazione e i servizi pubblici. La crescita delle applicazioni a livello globale dimostra che i social robot sono una realtà concreta che contribuisce al benessere, all’inclusione e alla qualità dei servizi, ma può essere anche una leva efficace per spingere la manifattura europea, che può diventare leader in questo campo. Abbiamo già tutto per farlo, dobbiamo solo volere cogliere questa sfida, che è culturale prima che economica.
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Lei è un pioniere nella robotica. Se dovesse parlare ai giovani, agli studenti che vogliono intraprendere questo tipo di carriera, di professione, che consiglio darebbe? Qual è l'atteggiamento giusto? Lei che ha tanti anni di esperienza.
“Io parlo sempre ai giovani e molto poco ai potenti perché è una delle cose belle della professione del professore a tutti i livelli. Sono un ottimista perché i ricercatori non possono che essere ottimisti e quindi il mio primo invito è quello di pensare con ottimismo al futuro perché io credo che i nostri giovani abbiano un potenziale reale molto importante. Lo dimostra il fatto che un giovane italiano educato dal nostro sistema formativo è molto appetibile e appetito in tutto il mondo. La qualità di partenza dei nostri giovani educati dalla scuola italiana e dall'università è molto alta e questo secondo me deve essere un punto di partenza. La consapevolezza del disporre di armi importanti, magari tecnicamente forse meno di altri, ma possono recuperare benissimo perché i fondamentali sono davvero di alta qualità. I nostri giovani conoscono la scienza, la tecnica, le materie umanistiche, le scienze sociali. Sanno dove vivono e questo è un'arma importantissima per intraprendere tutta una serie di percorsi. Uno può essere quello della ricerca perché scoprire cose nuove, essere primi a scoprirle o a inventarle, che sono due processi collegati ma anche diversi, è un elemento importantissimo nel processo dell'innovazione. Da questo si può poi passare a recitare ruoli importanti sia in imprese esistenti, che sono alla caccia di giovani preparati, entusiasti, positivi, con l'attitudine a risolvere i problemi, ma anche per creare nuove imprese, che è un'altra delle grandi opportunità che la nostra epoca offre. Anni fa questo non era facilmente ottenibile, oggi sì”.
Invece un suggerimento sull'atteggiamento, perché magari abbiamo la formazione, ragazzi dotati, però c'è un po' di difficoltà? Non c'è un atteggiamento propositivo nei confronti del futuro. Secondo lei l’atteggiamento è importante?
“Una delle cose che, per esempio, facevamo noi quando tanto tempo fa eravamo giovani era guardare con senso critico quello che il mondo proponeva. Anzi, c'erano proprio anni in cui veniva contestato quasi tutto. Ecco, oggi non sempre questo accade, spesso i giovani, senza demonizzarli assolutamente, accettano quello che viene loro proposto usandolo senza uno spirito critico sufficientemente pronunciato. Invece è importante, è un senso critico che deve essere costruttivo. Io, per esempio, ho spesso usato il termine ribelle organizzato per i giovani innovatori. Un innovatore è un ribelle, anche nella musica, nella cucina, nella moda, nell'arte. La stessa cosa vale anche nel campo delle tecnologie. Si può pensare di poter fare alcune cose in modo diverso, possibilmente migliore, ma bisogna essere organizzati, bisogna avere razionalità nell'approccio, bisogna analizzare i problemi e lo stato dell'arte, bisogna conoscere i competitor e bisogna avere tenacia, passione ed entusiasmo. Ma ripeto, partendo da una base che è una base molto buona, quella della conoscenza che un giovane che esce da una scuola italiana normalmente ha”
Siamo al quarto anno del Premio al Ricercatore della Fondazione Mondo Digitale insieme all’Università Campus Bio-Medico di Roma. Che quadro emerge dalla ricerca italiana? A che punto siamo?
“Emerge un quadro che consolida quello che è già emerso negli anni passati, cioè la capacità del nostro sistema della ricerca di preparare e incoraggiare talenti di altissimo livello internazionale. Mediamente i candidati al premio sono di un livello assolutamente confrontabile a quello di qualunque ottima università mondiale. Non c'è differenza alcuna. Anzi, arrivo anche ad affermare che in molti casi i candidati sono migliori dei loro coetanei di altri Paesi. Si parte dalla scuola materna, poi si va alla primaria, alla secondaria, all'università, al dottorato e ai primi anni in cui ci si confronta con grandi sfide. Questo sistema funziona molto bene tanto che il risultato è quello di produrre idee, che non sono idee da bar, ma sono solidissime, molto serie e che assolutamente meritano la massima considerazione. Anzi, io ritengo che il nostro sistema, anche industriale, dovrebbe guardare con grande attenzione queste cose perché esistono due tipi di innovazione. L'innovazione incrementale, che è quella che in fondo è facile da prevedere. Tutti o quasi sanno che una certa tecnologia si svilupperà in un certo modo negli anni a venire. Ma questo, se vogliamo, è relativamente facile. Ma la vera innovazione, quella che può portare dei nuovi prodotti a dei nuovi mercati, è quella che si chiama innovazione disruptive o radicale. E l'innovazione radicale raramente viene dalla linea di sviluppo di prodotti tradizionali, ma viene quasi sempre da scoperte prodotte nel mondo della scienza. Quindi le nuove scoperte che possono portare a nuove invenzioni e quindi a nuovi prodotti, a nuove imprese o a nuovi mercati, possono derivare proprio da questo. Cito solo un caso tra i tanti. Non molti anni fa il premio Nobel per la fisica fu assegnato a tre scienziati giapponesi che inventarono il led blu. Noi sappiamo che la luce bianca viene prodotta dalla combinazione di luce blu, luce rossa e luce verde. La luce rossa e la luce verde erano note, quella blu mancava e fu scoperto come realizzarla da fisici teorici, non da ingegneri. Grazie a questa scoperta, il mondo dell’illuminazione è cambiato profondamente, fino a trasformare molti oggetti della nostra quotidianità. Basti pensare al settore automotive: oggi i fari delle automobili e delle motociclette, pur avendo dimensioni sempre più ridotte, sono in grado di generare una luce bianca, intensa, efficiente e di grande qualità. Sono prodotti nuovi, nati da una scoperta scientifica che si è trasformata in invenzione, poi in applicazione industriale e infine in mercato. È questa la filiera virtuosa dell’innovazione: dalla ricerca alla tecnologia, dalla tecnologia al prodotto, dal prodotto alla società. I giovani possono esserne protagonisti, e anche il nostro sistema può giocare un ruolo decisivo, se saprà allineare in modo efficace tutti questi passaggi”.
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