
Aprile 10, 2026
Pubblicato su Il Sole 24 Ore e firmato da Paolo Dario, Direttore Scientifico e Direttore Esecutivo ad interim di ARTES 4.0, Professore Emerito della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Chief Scientist della Dubai Future Foundation, l’articolo offre una riflessione sul ruolo della robotica sociale nei contesti della vita quotidiana e del lavoro. Il contributo mette in evidenza come i robot companion abbiano superato la dimensione sperimentale per entrare in modo sempre più concreto in ospedali, scuole, servizi pubblici, hub logistici e ambienti produttivi, affiancando le persone in attività complesse senza sostituirle. Al centro dell’analisi c'è una questione: non solo la maturità della tecnologia, ma soprattutto la capacità di integrarla in modo responsabile, efficace e coerente con i bisogni umani, indicando per l’Europa l’opportunità di costruire una propria visione della relazione tra innovazione, etica e sviluppo industriale. --- La robotica sociale ha superato la fase sperimentale e sta entrando nelle industrie, nei corridoi degli ospedali, nelle aule scolastiche, negli hub logistici e nei servizi al pubblico. Come spesso accade nelle grandi transizioni tecnologiche, la vera questione non è se la soluzione funzioni, ma come e dove verrà integrata. I “robot sociali” o “robot companion” rappresentano una nuova dimensione della nostra vita quotidiana. Fabbriche, hotel, campi, scuole, centri commerciali, aeroporti, ospedali: i social robot ne fanno e faranno sempre più parte integrante, affiancando gli uomini nel loro lavoro, senza sostituirli. A confermarlo sono report come “Social Robots and Society: Global Pathways to Acceptance”, risultato di un percorso di ricerca internazionale sviluppato negli ultimi anni e recentemente pubblicato dall’UAE Centre for the Fourth Industrial Revolution in collaborazione con la Dubai Future Foundation. Solo nel settore della salute sono state mappate quasi 280 esperienze di utilizzo in 33 Paesi con oltre 50 modelli diversi già impiegati in contesti reali. La social robotics è una delle espressioni più avanzate della convergenza tra tecnologia e bisogni umani. Oggi disponiamo di sistemi capaci di operare in contesti complessi, di comprendere le persone e di supportarle in ambiti delicati come la sanità, l’educazione e i servizi pubblici. La crescita delle applicazioni a livello globale dimostra che i social robot sono una realtà concreta che contribuisce al benessere, all’inclusione e alla qualità dei servizi, ma può essere anche una leva efficace per spingere la manifattura europea, che può diventare leader in questo campo. Abbiamo già tutto per farlo, dobbiamo solo volere cogliere questa sfida, che è culturale prima che economica. A differenza delle macchine industriali, confinate per decenni entro perimetri produttivi definiti, questi robot sono progettati per interagire. Sono dei veri e propri “robot companion” anche grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Parlano, riconoscono volti, rispondono a stimoli contestuali, modulano comportamento ed espressione. Si collocano tra robotica, scienze cognitive e psicologia sociale fino a trasformare la macchina in un’interfaccia relazionale. Secondo il report, il settore sanitario è oggi l’area a maggiore trazione. Durante la pandemia di COVID-19, più di 85 modelli di social robot sono stati utilizzati in ospedali e strutture assistenziali per la consegna di farmaci, il monitoraggio dei pazienti, la disinfezione degli ambienti e il supporto psicologico. In Paesi come il Giappone, dove l’invecchiamento demografico ha imposto un ripensamento strutturale dei modelli assistenziali, la robotica sociale è diventata una componente sistemica dell’ecosistema di cura. Anche l’educazione offre segnali promettenti con l’aumento del coinvolgimento degli studenti, benefici nei contesti inclusivi e il supporto all’apprendimento linguistico. Un sondaggio condotto dai Dubai Future Labs su oltre mille residenti evidenzia una dinamica interessante: i robot antropomorfi sono percepiti più positivamente rispetto agli avatar digitali. Viene preferito un design umanoide ma riconoscibile come robotico; i contesti commerciali risultano più accettabili rispetto a ospedali e scuole dove emergono maggiori resistenze. Le funzioni più apprezzate sono informazione, orientamento e supporto multilingue. Meno gradite sono invece le attività che comportano la gestione del conflitto o una forte componente emotiva. La penetrazione in Europa resta invece più incerta. Le ragioni sono note: vincoli regolatori stringenti e una sensibilità culturale diversa nei confronti dell’automazione di ambiti ad alta intensità relazionale. Qui i valori etici e la nostra storia, che fanno grande la cultura europea nel mondo, sono anche un deterrente all’innovazione spinta. In Europa il tema non è rallentare l’innovazione, ma orientarla. I nostri valori, la nostra storia e l’attenzione alla dimensione etica sono una risorsa strategica. Se sapremo integrarli fin dalla progettazione dei social robot, potremo definire modelli di interazione uomo-macchina più responsabili, affidabili e sostenibili. È questa l’occasione per l’Europa: non inseguire altri modelli, ma proporre una visione propria in cui tecnologia, società e industria crescono insieme.



